La notte ha la mia voce

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La notte ha la mia voce è sicuramente un romanzo molto particolare, dove l’autrice – Alessandra Sarchi – vuol raccontare un’evoluzione interiore, una trasformazione che ha come punto di partenza i limiti del proprio corpo. Si tratta di un romanzo autobiografico, dal sapore asciutto e diretto, dove la voce narrante è appunto una voce senza volto, ma che giunge dritta al cuore.

E pagina dopo pagina, l’autrice ci spinge verso delle riflessioni sul mondo della disabilità; sui sentimenti, talvolta compassionevoli che proviamo dinanzi ad una persona in carrozzina o con un handicap. Ma nel farlo, non cade mai nella banalità.

La trama del libro

La protagonista del libro La notte ha la mia voce è una giovane donna senza nome che, a seguito di un incidente d’auto, perde l’uso delle gambe. Una menomazione che le cambierà per sempre la vita; che la costringerà ad una nuova rinascita mettendo in crisi la sua identità.  Non sarà facile per lei ricominciare a vivere e abituarsi a farlo partendo proprio da una sedia a rotelle, come estensione delle sue gambe. Significativo sarà infatti l’incontro con Giovanna, una donna con la sua stessa problematica e che per le sue movenze feline, verrà ribattezzata Donnagatto.

Giovanna è tutto ciò che la voce narrante non riesce ad essere. Giovanna è vitale, gioviale, inventiva e determinata a vivere anche senza le gambe e rivendica forte questo suo diritto. Sarà lei, quasi involontariamente, ad insegnare alla protagonista ad accettarsi la sua nuova condizione e a ripartire esattamente da lì.

La notte ha la mia voce sembra simbolicamente suddiviso in tre momenti: quello del buio in cui precipita la protagonista dopo l’incidente; un buio che però vuol anche essere una nuova base di partenza. La seconda fase del libro è quella della consapevolezza. Dopo essere stata strappata alla morte, la voce protagonista deve rendersi conto della menomazione e rinascere come persona “dimezzata”. E poi c’è la terza fase, quella relativa all’incontro con la Donnagatto avvenuto durante una seduta di fisioterapia. Sarà Giovanna infatti a farle apprezzare la metà del corpo che le è rimasto, invitandola a guardare la vita da una nuova prospettiva.

E così, parola dopo parola, la Donnagatto diventa l’alter-ego della narratrice capace di metterla costantemente davanti alla realtà e di spronarla ad accettare le nuove sfide. La sgrida quando lei vuole rinunciare ai suoi sogni (come l’amore per la danza). Ed è proprio da quella barriera impostole dal corpo, che le fa comprendere che i limiti si possono superare; che anche lei può farlo.

Le due anime delle protagoniste

Ora le protagoniste del romanzo sono due. Entrambe le donne scavano dentro se stesse e dentro i confini della loro disabilità. Fino a poi comprendere che non esistono ostacoli insormontabili e che ci si può riappropriare del proprio corpo.

Il romanzo scritto da Alessandra Sarchi e pubblicato da Einaudi a marzo del 2017, non vuol essere un libro sulla disabilità, ma il contrario. Vuole essere un grido di ottimismo e di fiducia verso la bellezza della vita in tutte le sue sfumature. Anche quelle che appaiono limitanti.  

Il libro mette in luce le contraddizioni nate sulla questione “corpo” e sul loro impatto sulla cultura moderna. Siamo abituati a pensare al corpo come ad un’icona sexy; corpi di donne esibiti, desiderati, alla ricerca della perfezione. In questo romanzo la bellezza del corpo non è intesa come modello predefinito dalla società. Piuttosto, è intesa come possibilità di ritrovare una propria forma, una nuova espansione di sé, fisica e psicologica.

Una nuova visione della disabilità

Sicuramente un libro che incanta, commuove e che fa volare col pensiero ai giochi paraolimpici di Rio e alle maestose prodezze sportive realizzate da Bebe Vio, Alex Zanardi e quanti altri hanno imparato a vivere partendo proprio dall’accettazione del limite. Un esempio di coraggio da imitare, ogni qualvolta si pensa che la vita non possa ricominciare.

Invece l’autrice di questo splendido romanzo vuole proprio dar risalto all’imprevedibilità della vita e alle mille risorse che la nostra mente possiede. Perché se è vero che esistono dei limiti fisici, allora è altrettanto vero che non esistono delle limitazioni mentali. La nostra testa può restare intatta anche dopo un incidente che ti porta via l’uso di una parte del corpo.

Romanzo autobiografico dove l’autrice racconta frammenti di sé e della sua esperienza, usando parole essenziali e a volte spietate, che non fanno sconti. Un libro a mio avviso da leggere un po’ per volta, per dosare bene il dolore provato dalla protagonista. Dolore che pian piano pare penetrarti addosso. La notte ha la mia voce è da gustare lentamente per capire cosa davvero significhi fare delle rinunce (anche solo un paio di scarpe). E cosa significhi ripartire da se stessi, dai propri sogni, dalle cose che si pensa di non poter fare più; per poi sorprenderti dinanzi alla bellezza della vita.

E il vero senso di libertà emerge nell’ultimissima parte del libro, quando la protagonista ha un incontro fisico col mare; l’acqua usata come metafora della trasformazione fisica e cognitiva, ma anche come riappropriazione di un nuovo spazio oltre lo spazio, dove i confini vengono aboliti e dove non ci sono più limiti alla mobilità.

E qui, nel contatto col mare, la libertà assume un altro e nuovo significato!