Le cose che non si dicono

La mattina dopo, a colazione, Bruno provò a dirlo.
Cominciò con sua sorella, che aveva dodici anni e rispondeva a tutto con la faccia di chi sa già.
«Ilaria, tu di notte senti mai dei rumori?»
«Sento te che russi.»
«Non russo.»
«Russi come un trattore.»
Bruno decise che con Ilaria non si poteva parlare e provò con suo padre, che stava mettendo il caffè nella tazza e ascoltava metà delle cose.
«Papà, questa casa di notte fa rumori?»
«Tutte le case fanno rumori di notte,» disse suo padre senza voltarsi. «Sono i tubi. Si raffreddano e schioccano.»
«Anche alle tre e dieci?»
«Anche alle tre e dieci.»
E la cosa finì lì, perché suo padre aveva già in mano le chiavi e la giornata era cominciata.
Bruno non insistette. Aveva una teoria, su quello, e se la teneva stretta: le cose che fanno paura, se le dici a voce alta, diventano vere. Finché stanno dentro la tua testa puoi ancora pensare che siano una tua idea. Appena le dici, sono là fuori.
Così quel giorno non ne parlò più con nessuno.
Ma alle otto di sera, invece di mettersi il pigiama, si mise i calzini pesanti.