Capitolo 2 — La torre senza porte
La maga crebbe Raperonzolo con affetto, questo va detto: le insegnò i nomi delle piante, a cantare, a intrecciare fiori nei capelli. Ma aveva un timore che nessun affetto riusciva a calmare: che un giorno qualcuno gliela portasse via.
Così, quando Raperonzolo compì dodici anni e i suoi capelli erano già lunghissimi, color dell’oro filato, la maga la portò in mezzo a un bosco fitto e la rinchiuse in una torre altissima. Nessuna porta, nessuna scala: solo una finestrella in cima, così in alto che il vento la faceva ondeggiare quando ci si affacciava.
«Starai al sicuro qui,» le disse la maga. «Verrò a trovarti ogni giorno.»
E manteneva la parola. Ogni mattina si presentava ai piedi della torre e chiamava:
«Raperonzolo, Raperonzolo, getta giù i tuoi capelli!»
E Raperonzolo, che nel frattempo aveva lasciato crescere la sua treccia fino a farla toccare terra, l’avvolgeva a un gancio della finestra e la lasciava scendere come una scala d’oro. La maga vi si arrampicava, portava pane, latte, un libro nuovo ogni tanto, e restava a chiacchierare finché non calava la sera.
Raperonzolo non conosceva altro mondo che quello: il cerchio di bosco visibile dalla finestra, le stagioni che cambiavano il colore degli alberi, e la propria voce, che riempiva le ore cantando.