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L’enigma della Sfinge: la domanda a Edipo e la sua risposta

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È il più antico indovinello che conosciamo ancora a memoria, e ha duemilacinquecento anni. Una creatura con il corpo di leone, le ali di rapace e il volto di donna sta acquattata su una rupe all’ingresso di Tebe, ferma chiunque passi e gli pone una domanda. Chi risponde bene prosegue. Chi sbaglia viene divorato.

Nessuno risponde bene, per anni. Poi arriva un forestiero di passaggio, un uomo che non sa ancora di essere figlio del re che sta andando a sostituire, e la domanda gli sembra facile.

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Enigma della sfinge

La Sfinge di Tebe: un pedaggio pagato in vite

La Sfinge greca non è quella egizia, e conviene chiarirlo subito perché è la confusione più comune: la statua di Giza è maschile, silenziosa e benevola, guardiana di una necropoli. Quella di Tebe è femminile, alata e assassina, mandata secondo il mito come castigo sulla città. Il nome stesso, in greco, richiama il verbo che significa «stringere», «soffocare»: è ciò che la Sfinge fa a chi non sa rispondere.

Il dettaglio che rende la storia più cupa di come la si ricorda è che il blocco della città non è un capriccio: finché la Sfinge resta lì, Tebe è tagliata fuori dal mondo e comincia a morire di fame. Il re esce per andare a consultare l’oracolo e cercare un rimedio, e lungo la strada viene ucciso in una rissa da un giovane sconosciuto. Quel giovane è Edipo, che poco dopo arriverà alla rupe.

La strada che porta alla Sfinge di Tebe

L’enigma: la creatura che cambia gambe

La domanda che la Sfinge pone a Edipo, nella forma in cui ci è arrivata, è questa: qual è la creatura che al mattino cammina su quattro gambe, a mezzogiorno su due e alla sera su tre? E, in alcune versioni, con una coda che rende l’enigma ancora più stretto: è l’unico essere che, contro ogni logica, è più debole quante più gambe usa.

Provaci prima di aprire: è probabile che tu conosca già la risposta, ma vale la pena chiedersi come ci si arriva, perché il meccanismo è più interessante della soluzione.

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L’uomo. Il mattino, il mezzogiorno e la sera non sono ore del giorno ma le tre età della vita: da neonato si gattona su mani e ginocchia, da adulto si sta in piedi su due gambe, da vecchio si cammina con il bastone, che fa da terza. E la coda si chiude da sola: il momento in cui l’uomo ha più appoggi è anche quello in cui regge di meno il proprio peso. Vale la pena notare che la risposta non è «un uomo» ma l’uomo, la specie: l’enigma chiede di fare un passo indietro dal singolo individuo alla vita umana intera, ed è per questo che chi lo affronta pensando a una creatura del bestiario non ci arriva mai.

La trappola sta tutta in una parola sola. «Mattino» ti fa pensare a un giorno, e finché resti dentro un giorno la risposta non esiste: nessun animale cambia numero di zampe in ventiquattro ore. Bisogna accorgersi che l’unità di misura è sbagliata e sostituirla — e questo è il salto che l’enigma chiede davvero, non il conteggio delle gambe.


Da dove ci arriva davvero l’enigma

Qui c’è una sorpresa che spiazza chiunque vada a controllare le fonti: nell’Edipo re di Sofocle l’enigma non c’è. La tragedia più famosa di tutta la vicenda nomina la Sfinge più volte, parla della sua domanda e della vittoria di Edipo, ma il testo dell’indovinello non lo riporta mai. Non serviva: nel V secolo a.C. il pubblico ateniese lo sapeva già a memoria, e riferirlo per esteso sarebbe stato come spiegare oggi che cosa dice Amleto tenendo in mano un teschio.

La formulazione che conosciamo — le quattro gambe, le due, le tre — ci arriva da testi più tardi, e si possono nominare: la Biblioteca di Apollodoro (III, 5, 8), gli scoli alle Fenicie di Euripide e i Deipnosofisti di Ateneo (X, 83). La misero per iscritto quando ormai non era più ovvia per tutti. È il motivo per cui ne circolano versioni leggermente diverse fra loro, con o senza la coda sulla debolezza, e per cui chi cerca «l’originale» resta a mani vuote: l’enigma della Sfinge è arrivato fino a noi come arrivano i proverbi, per trasmissione orale, e la sua forma scritta è già una registrazione tardiva.

Vale la pena guardarle da vicino, perché non dicono la stessa cosa. Apollodoro dà la versione più asciutta, ed è l’unico che conserva un tratto che quasi tutte le riscritture moderne perdono: la creatura ha una sola voce. Non è un dettaglio decorativo, è la conferma che si tratta di un solo essere e non di tre — cioè metà dell’indizio. Gli scoli alle Fenicie lo tramandano in esametri, quindi nella forma metrica in cui probabilmente veniva recitato. Ateneo lo inserisce in un campionario di indovinelli da banchetto, e questo dice qualcosa sul suo uso reale: nel mito è una prova mortale, nella pratica era un gioco da tavola imbandita.

Non è un dettaglio da eruditi. Un indovinello che sopravvive venticinque secoli senza un testo canonico è la prova migliore di quanto sia ben costruito: quello che si tramanda non sono le parole, è il meccanismo — e infatti funziona ancora tradotto, riassunto e raccontato male.

L'enigma della creatura che cambia gambe

Il secondo enigma, quello che quasi nessuno conosce

Le versioni più tarde del mito raccontano che la Sfinge, sconfitta, ne pose un secondo — più corto e, per molti, più bello del primo: ci sono due sorelle: la prima genera la seconda, e la seconda a sua volta genera la prima. Chi sono?

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Il giorno e la notte. In greco le due parole sono entrambe femminili, il che rende la formulazione naturale e la soluzione meno immediata di quanto sembri in italiano. È un indovinello circolare: non c’è un inizio da trovare, c’è un ciclo da riconoscere — e la richiesta implicita è di smettere di cercare quale delle due venga prima.

Che sia autentico o un’aggiunta dei mitografi più tardi, questo secondo enigma dice qualcosa sul primo: la Sfinge non chiede nozioni, chiede di cambiare il modo in cui si guarda una cosa. Prima l’unità di tempo, poi la direzione della causa.

Perché continua a funzionare dopo venticinque secoli

L’enigma della Sfinge ha inventato una struttura che da allora non ha smesso di essere copiata: contare le parti del corpo per descrivere qualcosa che le parti del corpo non le ha affatto. Lo ritrovi identico nell’ultimo indovinello che Bilbo pone a Gollum, quello di chi non ha gambe appoggiato a chi ne ha una sola mentre chi ne ha due siede su chi ne ha tre — un enigma che si risolve, esattamente come questo, contando; ne parliamo per esteso negli indovinelli de Lo Hobbit.

E lo ritrovi ogni volta che una storia mette un mostro davanti a una soglia e gli fa fare una domanda invece che un agguato: la sfinge del Torneo Tremaghi negli indovinelli di Harry Potter è la stessa creatura con lo stesso patto, solo con una domanda diversa. La Sfinge di Tebe non è sopravvissuta come personaggio: è sopravvissuta come regola del gioco.

Poi c’è la parte del mito che di solito si dimentica, ed è quella che dà il senso a tutto il resto. Edipo risponde giusto, la Sfinge si getta dalla rupe, Tebe è libera e lui ne diventa re sposandone la regina. Solo che la regina è sua madre, e l’uomo ucciso per strada era suo padre. L’unico che sa rispondere a «che cos’è l’uomo?» è anche l’unico che non sa chi è lui.

È la ragione per cui l’enigma della Sfinge non è soltanto il più antico che ci sia rimasto, ma anche il meglio incastrato nella storia che lo contiene: la domanda e la condanna di chi risponde sono la stessa cosa. Fra tutti gli enigmi celebri è l’unico in cui indovinare non salva nessuno.

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