L’eredità: un gatto
Un vecchio mugnaio, sentendo avvicinarsi la fine, chiamò i suoi tre figli e divise tra loro tutto quello che possedeva. Non c’era bisogno di notaio: la roba era poca.
Al figlio maggiore lasciò il mulino. Al secondo lasciò l’asino. E al più piccolo lasciò il gatto.
Il ragazzo si sedette sulla soglia, sconsolato. «I miei fratelli, mettendosi insieme, potranno guadagnarsi da vivere onestamente,» si lamentò ad alta voce. «E io? Io mi mangerò il gatto, mi farò un manicotto con la sua pelle e poi morirò di fame.»
Il gatto, che era steso al sole lì accanto e aveva sentito tutto, si alzò, si stiracchiò con calma e disse: «Non prendetevela così, padrone.»
Il ragazzo per poco non cadde dalla panca. «Tu… parli?» «Parlo, e ragiono anche piuttosto bene,» rispose il gatto. «Datemi un sacco e fatemi fare un paio di stivali per andare tra i rovi, e vedrete che non vi è toccata la parte peggiore dell’eredità come credete.»
Il ragazzo non ci credeva nemmeno un po’. Ma lo aveva visto fare certi giochetti per acchiappare i topi — appendersi per le zampe, fingersi morto nella farina — e pensò che, in fondo, non aveva niente da perdere.
Gli fece fare gli stivali dal calzolaio del paese. Quando furono pronti, il gatto se li infilò con grande soddisfazione, si mise il sacco in spalla e uscì dalla porta camminando su due zampe come un gentiluomo.