L’ultima sera d’autunno

Il bosco si preparava a dormire già da giorni, e si vedeva.
Le formiche avevano chiuso le porte del formicaio con un tappo di terra. I ghiri si erano arrotolati nelle loro tane come gomitoli di lana grigia. Perfino le foglie, che per tutto l’autunno avevano fatto un gran fruscio, ora scendevano piano e si posavano senza far rumore.
Spillo era l’unico rimasto in piedi.
Era un riccio piccolo, con gli aculei ancora morbidi alle punte, e camminava avanti e indietro davanti al suo mucchio di foglie con l’aria di chi ha deciso qualcosa di importante.
“Io non ci vado,” disse a voce alta, anche se non c’era nessuno ad ascoltarlo.
Sua madre lo aveva avvertito: quando arriva il freddo, i ricci dormono. Non un sonnellino, non una notte: tutto l’inverno, fino a quando la terra torna tiepida.
E a Spillo quella cosa non tornava per niente.
“Se dormo tutto l’inverno,” ragionò, “l’inverno non lo vedo. E se non lo vedo, è come se non ci fosse stato.”
Guardò il suo nido di foglie secche, morbido e profondo, che sapeva di terra e di funghi.
Poi gli voltò le spalle e andò a cercare qualcuno a cui spiegarlo.