Il pezzo di legno che parlava
C’era una volta un pezzo di legno. Non un legno pregiato: uno di quei ciocchi da catasta che d’inverno si mettono nel camino per scaldare la stanza.
Finì tra le mani di mastro Ciliegia, un falegname che aveva la punta del naso sempre rossa e lucida come una ciliegia matura. «Questo legno capita proprio a proposito,» disse. «Ci farò una gamba di tavolino.»
Ma appena alzò l’ascia per sgrossarlo, una vocina sottile lo pregò: «Non mi picchiar tanto forte!» Mastro Ciliegia si guardò intorno: la stanza era vuota. Diventò bianco come un lenzuolo e si sedette per terra.
In quel momento bussò alla porta il suo amico Geppetto, un vecchietto povero e arzillo, con una parrucca gialla in testa. «Sono venuto a chiederti un favore,» disse. «Ho pensato di fabbricarmi un bel burattino di legno, uno che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con quel burattino voglio girare il mondo.»
Mastro Ciliegia gli regalò subito il pezzo di legno, felice di liberarsene. Geppetto se lo portò a casa, nella sua stanzina povera dove il fuoco nel camino era soltanto dipinto sul muro, e si mise al lavoro.
Intagliò i capelli, la fronte, gli occhi — e gli occhi lo fissarono. Fece il naso, e il naso si allungò da solo. Fece la bocca, e la bocca si mise a ridere e a fargli le boccacce. Fece le mani, e una gli sfilò la parrucca dalla testa. Fece i piedi, e appena furono finiti… il burattino gli scappò di casa.
«Pinocchio!» gridò Geppetto correndogli dietro per la strada. «Torna qui!» Ma il burattino saltava come una lepre, e il povero Geppetto non riusciva a raggiungerlo. Quel monello di legno aveva appena aperto gli occhi sul mondo, e il mondo gli sembrava tutto un gioco.