Il bambino grande come un pollice
In una casetta ai margini del bosco vivevano un taglialegna, sua moglie e i loro sette figli maschi. Erano poveri, ma finché c’era legna da tagliare e pane da spezzare, in quella casa si rideva anche.
Il più piccolo dei sette era nato minuscolo: stava nel palmo di una mano, e non era più lungo di un pollice. Lo chiamarono Pollicino, e il nome gli rimase anche quando crebbe, perché rimase sempre il più piccolo di tutti.
I fratelli lo prendevano in giro. «Sei troppo piccolo per portare la legna,» dicevano. «Sei troppo piccolo per venire con noi.» Pollicino non rispondeva mai. Se ne stava in disparte, in un angolo, e guardava. Ascoltava. Si ricordava le cose.
Fu così che imparò a conoscere il bosco meglio dei suoi fratelli: sapeva da che parte cresceva il muschio sui tronchi, dove passava il ruscello, quali uccelli cantavano al mattino e quali alla sera.
Poi venne l’anno della carestia. Non piovve per mesi, i campi si seccarono, e nel villaggio nessuno aveva più bisogno di legna perché nessuno aveva più niente da cuocere.
Una sera i sette fratelli andarono a letto senza cena, con lo stomaco che brontolava. Pollicino, che aveva il sonno leggero e le orecchie fini, sentì i genitori parlare piano davanti al camino spento.
«Non abbiamo più niente,» diceva il padre, con la voce rotta. «Domani li porto fino al villaggio grande, oltre il bosco. Là c’è la fiera, c’è gente che ha di che dare. Qualcuno li aiuterà. Qui con noi morirebbero di fame.» E la madre piangeva e diceva di no, e poi diceva che non c’era altro da fare, e ricominciava a piangere.
Pollicino non pianse. Si infilò le scarpe, scivolò fuori dalla porta al chiaro di luna e andò fino al greto del ruscello. Lì riempì le tasche di sassolini bianchi, piccoli e lisci, che brillavano come monetine. Poi tornò a letto e dormì tranquillo.