L’ultima corriera
Fu colpa di Marco, come sempre. «Cinque minuti,» aveva detto all’uscita del cinema. «Facciamo in tempo.» Non fecero in tempo: quando arrivarono alla fermata, le luci rosse della corriera delle 23:30 erano già due puntini in fondo alla strada provinciale.
«Bene,» disse Nadia, tirandosi la sciarpa fin sopra il naso. «Dodici chilometri a piedi, al buio, a novembre.»
Elisa guardò l’orologio della stazione: 23:35. Il lampione sopra la pensilina era rotto da mesi e ronzava a intermittenza, buttando ombre lunghe sull’asfalto bagnato. Attorno, il paese di Valdorno dormiva già: nemmeno una finestra accesa, nemmeno un cane.
Si sedettero sulla panchina di metallo, gelida, a decidere chi avrebbe telefonato a casa per primo. Nessuno voleva farlo. Nella nebbia che saliva dai campi, il silenzio era così pieno che sembrava di sentirlo premere sulle orecchie.
Poi Nadia alzò la testa. «Sentite?»
Un motore. Lento, profondo, con quel brontolio da mezzo vecchio che nessuna corriera moderna fa più. Dalla curva sbucarono due fari gialli, bassi, che tagliavano la nebbia come due lame stanche.
Era una corriera, ma di quelle di una volta: carrozzeria color panna e verde, i finestrini piccoli e appannati, il muso tondo. Si fermò davanti a loro con un sospiro di freni e le porte si aprirono a soffietto.
Elisa guardò l’orologio prima di salire. Segnava le 23:47. E per un motivo che non seppe spiegarsi, quel numero le rimase addosso tutta la notte.