La Fermata delle 23:47

La fermata che non c’è

Capitolo 2 di 8

Dentro faceva caldo, di un caldo secco che sapeva di gasolio e di stoffa vecchia. I sedili erano di finta pelle marrone, screpolata. Le luci del soffitto erano gialline e ronzavano piano.

L’autista non si voltò. Era una figura magra, con il berretto calcato basso e le mani guantate sul volante. Marco gli chiese: «Passa per Valdorno alta, vero?» L’uomo non rispose. Le porte si chiusero e la corriera ripartì.

«Simpaticissimo,» borbottò Marco lasciandosi cadere su un sedile. Ma Elisa notò due cose. La prima: erano gli unici passeggeri. La seconda: sul cartello luminoso sopra il parabrezza non c’era scritto Valdorno.

C’era scritto FONTEBRUNA.

«Fontebruna?» ripeté Nadia, aggrottando la fronte. «Non esiste nessuna Fontebruna da queste parti. Ho fatto tutte le gite scolastiche possibili in questa valle.»

La corriera intanto aveva lasciato la provinciale e si era infilata in una strada stretta che nessuno dei tre ricordava di aver mai visto: asfalto crepato, muretti a secco, rami che raschiavano i finestrini. La nebbia era diventata così fitta che i fari illuminavano soltanto se stessi.

Marco si alzò per parlare di nuovo con l’autista, ma proprio in quel momento i freni sospirarono e il mezzo si fermò. Le porte si aprirono su un cartello di lamiera arrugginita, illuminato per un istante dai fari: FONTEBRUNA, m 612.

Scesero — Elisa non capì mai bene perché scesero, se non che sembrava, in quel momento, l’unica cosa possibile da fare. Le porte si richiusero alle loro spalle. E la corriera ripartì nella nebbia, portandosi via l’unico rumore che c’era.

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