La Fermata delle 23:47

Il paese fermo

Capitolo 3 di 8

Fontebruna era un paese vero. Piccolo, aggrappato al fianco della collina, con le case di pietra grigia e una piazzetta con la fontana al centro. Solo che non c’era una luce accesa. Non una.

«Ci sarà stato un blackout,» disse Marco, con la voce di uno che vuole crederci.

Camminarono lungo la via principale. E più camminavano, meno la spiegazione del blackout stava in piedi. A un filo teso tra due finestre era steso del bucato: lenzuola, una camicia da uomo, dei calzini spaiati. Fradici di umidità, ma stesi con le mollette, in ordine.

Nella vetrina di un piccolo alimentari c’erano ancora i barattoli in mostra, con etichette che nessuno di loro aveva mai visto. Su un tavolino del bar, fuori, c’era una tazzina rovesciata e una sedia scostata, come se qualcuno si fosse alzato di fretta.

Fu Nadia a notarlo per prima. Si fermò davanti all’orologio del municipio e non disse niente, indicò soltanto. Le lancette segnavano le 23:47.

Poi guardarono l’orologio nella vetrina dell’alimentari: 23:47. La sveglia rovesciata su un davanzale: 23:47. L’orologio da polso appoggiato sul bancone del bar, sotto un dito di polvere: 23:47.

«Va bene,» disse Marco, e stavolta la voce gli uscì piccola. «Va bene, questo non mi piace.»

Elisa si accorse di un’altra cosa, e fu quella a farle venire davvero freddo: sulla piazza, sul selciato umido, c’erano le loro tre ombre. E per averle, con tutte le luci spente e la luna coperta, ci voleva una fonte di luce. Si voltò lentamente. In una finestra al primo piano, dall’altra parte della piazza, brillava una candela.

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