La corriera dell’alba
Suonarono a lungo. Dodici, quindici, venti rintocchi: smisero solo quando le braccia non ressero più. E quando l’ultimo suono si spense, le voci nella nebbia si erano zittite tutte.
Scesero in piazza. Le finestre erano ancora accese, calde e gialle, e adesso il paese sembrava semplicemente un paese che sta per andare a dormire. Iris era ferma davanti alla fontana e per la prima volta sorrideva, un sorriso storto da bambina di undici anni che ha aspettato troppo.
«L’hanno sentita,» disse. Non spiegò chi. Non ce n’era bisogno.
Il cielo, dietro la collina, stava passando dal nero a un grigio sporco. In fondo alla strada comparvero due fari gialli, bassi, e il brontolio di quel motore vecchio.
«Andate,» disse Iris. «Passa solo quando c’è qualcuno che deve salire.»
Elisa si voltò un’ultima volta prima di salire sul predellino. Iris era in mezzo alla piazza, con la candela ormai spenta in mano, e dietro di lei, sulla soglia di casa, c’erano due figure adulte che l’aspettavano con la porta aperta. Elisa non guardò meglio. Certe cose è giusto lasciarle sfocate.
La corriera li lasciò alla fermata di Valdorno alle sei e dieci del mattino, sotto il lampione rotto, come se non fosse successo assolutamente niente. A casa nessuno si era accorto di nulla: sui telefoni di tutti e tre era ancora la stessa notte, e mancavano solo venti minuti alle 23:47.
Il sabato dopo andarono all’archivio comunale. Trovarono una sola fotografia di Fontebruna, scattata nell’estate del 1961: la piazza, la fontana, una fila di bambini della scuola elementare. La terza da sinistra aveva i capelli scuri raccolti da un nastro chiaro e guardava dritta nell’obiettivo, seria. Sotto, l’elenco dei nomi. Accanto al paese, una riga sola: «Evacuato il 9 novembre 1961. Mai più abitato.»
Tornando a casa, Nadia infilò le mani nelle tasche del cappotto per il freddo. Nella destra c’era qualcosa che prima non c’era: un nastro di stoffa azzurra, vecchio, morbido, piegato con cura. Non lo disse a nessuno per giorni. E ogni tanto, la sera tardi, capita ancora che tutti e tre controllino l’orologio quando le lancette si avvicinano alle 23:47 — e che tirino un piccolo sospiro di sollievo quando le superano.
Hai finito la storia!
Speriamo ti sia piaciuta «La Fermata delle 23:47».