La Fermata delle 23:47

La campana

Capitolo 7 di 8

«Dobbiamo suonarla,» disse Elisa, e appena lo ebbe detto capì che era la cosa più sensata che avesse detto in tutta la notte. «La campana. È rimasta a metà una cosa, e finché resta a metà questo posto non finisce mai.»

Il campanile stava in fondo alla piazza, tozzo e storto, con la porticina di legno gonfia di umidità. Ci vollero tutti e tre per aprirla.

Dentro c’era una scala di legno che saliva a chiocciola nel buio. Alcuni gradini mancavano; altri cedettero con uno schiocco sotto il peso di Marco, che sudava freddo e non aveva più nessuna battuta pronta. Salirono lentamente, uno alla volta, passandosi la candela di Iris che non si spegneva mai.

In cima c’era la cella campanaria, aperta sui quattro lati, e la nebbia sotto di loro era diventata un mare bianco da cui spuntavano solo i tetti. La campana era lì: grande, verde di ossido, con la corda che pendeva fino a terra, intatta.

Elisa afferrò la corda. Era gelata e ruvida. Tirò, e non successe niente: il bronzo era pesantissimo, fermo da sessant’anni. Tirò di nuovo. Niente.

Allora Nadia mise le mani sopra le sue, e Marco sopra quelle di Nadia, e tirarono insieme, tutti e tre, con tutto il peso che avevano.

La campana si mosse di un dito. Poi di più. Poi si rovesciò, e il primo rintocco fu così forte che lo sentirono nelle ossa, nei denti, nel petto.

E mentre il suono si allargava sulla valle, sotto di loro, una alla volta, cominciarono ad accendersi le finestre di Fontebruna.

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