Le voci nella nebbia
Uscirono dalla scuola e la nebbia era cambiata. Non era più un velo: era un muro bianco che si muoveva lentamente lungo le strade, come se qualcosa la spingesse dal basso.
E dentro la nebbia c’erano le voci.
All’inizio sembravano lontane, confuse, un brusio come di gente che chiama al mercato. Poi si fecero più nitide, e si capì che chiamavano dei nomi. Decine di nomi, sovrapposti, alcuni gridati, altri sussurrati. «Teresa!» «Giulio!» «Piero, rispondi!»
«Sono quelli che sono andati via,» disse Iris, senza spaventarsi. «Quella notte si sono persi nella nebbia mentre salivano al campo alto e hanno passato ore a cercarsi. Certe volte tornano a cercarsi ancora.»
Marco fece un passo indietro — un passo solo — e la nebbia se lo prese. Un secondo prima era lì; un secondo dopo c’era solo bianco, e la sua voce che chiamava da un punto impossibile da individuare, ovattata, come se gridasse da sott’acqua.
«Marco!» urlò Elisa. Nadia le afferrò la mano e le disse di non muoversi, di non fare come loro, di non separarsi ancora. Restarono ferme, schiena contro schiena, mentre le voci giravano intorno e una di quelle — Elisa avrebbe giurato — cominciò a chiamare il suo nome.
«Non rispondete,» disse Iris. «Se rispondete, vi cercano anche voi.»
Alzò la candela sopra la testa. La fiamma, immobile fino a quel momento, si allungò verso l’alto come una freccia. E nella nebbia si aprì un corridoio stretto, giusto largo abbastanza per camminarci in fila. In fondo, seduto sul bordo della fontana, con le braccia strette intorno alle ginocchia, c’era Marco. Stava bene. Ma quando lo raggiunsero non disse niente per un pezzo, e continuava a guardarsi le mani.