Il registro della scuola
Iris li portò fino all’edificio più grande della piazza: una scuola elementare di due piani, con le persiane verdi scrostate e un cortile invaso dall’erba.
La porta non era chiusa a chiave. Dentro, l’aula al pianterreno era ancora apparecchiata per una lezione che non era mai finita: i banchi in fila, un quaderno aperto, un gessetto spezzato sotto la lavagna. Sulla lavagna, con una calligrafia tonda da maestra, era rimasta scritta la data.
«9 novembre 1961,» lesse Nadia ad alta voce. Nessuno commentò. Non ce n’era bisogno.
Sulla cattedra c’era un registro di cartone rigido. Elisa lo aprì con le mani che le tremavano appena. C’erano gli elenchi degli alunni, le assenze, i voti. E all’ultima pagina, di traverso, un appunto scritto in fretta con la penna che aveva bucato la carta: «Ore 23:40 — ordine di sgombero dalla diga. Portare tutti al campo alto. Suonare la campana per il rientro.»
«La diga,» disse Marco piano. «Quella vecchia sopra la valle. A scuola ci hanno raccontato che nel Sessantuno stava per cedere e che avevano evacuato un paese intero, di notte. Solo che il paese non l’hanno mai più nominato. Dicevano che poi la gente non era più tornata.»
Elisa scorse l’elenco della quinta classe con il dito. Arrivò a una riga e si fermò. Iris B., undici anni.
Si voltò verso la bambina, che era rimasta sulla soglia con la sua candela ferma. «Iris,» disse con la voce più gentile che riuscì a trovare, «quella notte tu dov’eri?»
«A casa,» rispose lei semplicemente. «La mamma ha detto: resta qui, chiudi la porta e non aprire a nessuno. Quando suona la campana vuol dire che è finita e che possiamo tornare tutti insieme.» Alzò gli occhi, e c’era dentro una pazienza che faceva più impressione di qualunque urlo. «La campana non l’ha mai suonata nessuno.»