Perché a quella porta non suona nessuno

La regola, Nina l’aveva imparata come la imparano tutti: da un bambino più grande, detta a voce bassa, in un modo che non lasciava spazio a domande.
Al numero 13 non ci abita nessuno.
E quando qualcuno chiedeva come faceva a saperlo, il bambino più grande rispondeva sempre allo stesso modo: che il giardino era alto fino alle ginocchia, che le tende non si muovevano mai, e che nessuno aveva mai visto entrare o uscire una persona da quel cancello.
«Mio fratello dice che una volta hanno suonato,» sussurrò Teo, «e la porta si è aperta da sola.»
«Tuo fratello dice anche che sa fare la ruota,» disse Bea da sotto il lenzuolo. «E non la sa fare.»
Ma rallentarono lo stesso.
Il cancello del 13 era lì, a dieci passi. La vernice se n’era andata via a scaglie. Il vialetto spariva sotto l’erba. La casa dietro era bassa e scura, con le finestre tutte uguali e tutte spente.
Tutte tranne una cosa.
Sul davanzale della finestra accanto alla porta c’era una zucca.
Era intagliata, con due occhi triangolari e una bocca storta che sembrava sul punto di dire qualcosa.
Ed era accesa.