Il bosco dietro la scuola

Quello che il bosco ha preso

Capitolo 2 di 5

L’elenco Mila se l’era fatto da sola, su una pagina del diario, perché le piacevano gli elenchi.

Un pallone da calcio, arancione, calciato troppo forte in seconda.

Due cappelli, portati via dal vento nello stesso pomeriggio di marzo.

Uno scarpone di un bambino che si chiamava Iacopo e che adesso non c’era più, non perché fosse successo qualcosa, ma perché si era trasferito a Brescia.

Il flauto dolce di Melania, che l’aveva lanciato oltre la rete apposta, per una scommessa, e poi aveva pianto tutto il pomeriggio.

La palla da tennis con cui il bidello giocava con il cane.

Cinque cose, in tre anni. Nessuna tornata indietro.

La maestra diceva che era normale: «se cade nei rovi non la trovi più». Il bidello diceva che il terreno lì dietro era del Comune e che lui non ci poteva entrare. Quelli di quinta dicevano un’altra cosa ancora, ed è la cosa che si ripeteva in cortile abbassando la voce.

Che se una cosa la vuoi indietro devi andartela a prendere, e che chi ci va non torna uguale.

Mila non ci credeva.

Il martedì di novembre in cui il fischietto di suo nonno passò sopra la rete, però, smise di essere una questione di crederci o no.

Non l’aveva lanciato lei. Glielo avevano fatto cadere di mano durante una spinta, ed era rimbalzato una volta sull’asfalto, con quel suono di ottone che fa solo l’ottone, prima di sparire dall’altra parte.

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