Un tè da matti
Davanti alla casa della Lepre Marzolina c’era un tavolo apparecchiato per moltissime persone, ma erano stipati tutti a un angolo solo: la Lepre, il Cappellaio e, in mezzo a loro, un Ghiro profondamente addormentato che i due usavano come cuscino.
«Non c’è posto! Non c’è posto!» gridarono vedendo Alice. «C’è un sacco di posto,» disse lei indignata, e si sedette lo stesso.
«Vuoi un po’ di vino?» offrì la Lepre gentilmente. Alice guardò il tavolo: non c’era altro che tè. «Non vedo nessun vino,» osservò. «Infatti non ce n’è,» disse la Lepre. «Allora non è stato molto educato offrirmelo,» disse Alice. «E non è stato molto educato da parte tua sederti senza essere invitata,» rispose la Lepre.
Il Cappellaio la fissava con grande curiosità, e la prima cosa che disse fu: «Perché un corvo somiglia a una scrivania?» Alice si illuminò: adorava gli indovinelli. Ci pensò a lungo, si arrese e chiese la soluzione. «Non ne ho la più pallida idea,» disse il Cappellaio. «Neanche io,» disse la Lepre. Alice sospirò: «Credo che potreste impiegare meglio il vostro tempo che sprecarlo in indovinelli senza risposta.»
Il Cappellaio spiegò allora che il Tempo, con lui, si era offeso: da quel giorno era rimasto fermo per sempre alle sei di pomeriggio, che è l’ora del tè. Per questo la tavola non veniva mai sparecchiata: quando le tazze erano sporche, ci si spostava semplicemente di un posto.
Ogni tanto svegliavano il Ghiro pizzicandolo, e lui raccontava un pezzetto di storia di tre sorelline che vivevano in fondo a un pozzo di melassa, poi si riaddormentava a metà frase.
Alla fine, quando cominciarono a infilare il Ghiro dentro la teiera, Alice si alzò disgustata e se ne andò. «È la festa più stupida a cui sia mai stata in vita mia,» disse ad alta voce. Nessuno dei due la richiamò indietro.