Il paese dei Mastichini
Dorothy fu svegliata da un colpo secco: la casa era atterrata. Aprì la porta e rimase a bocca aperta.
Davanti a lei c’era il paese più bello che avesse mai visto: prati verdissimi, alberi carichi di frutta, un ruscello che scorreva luccicando e uccelli dalle piume di mille colori. Dopo tanto grigio, quei colori le fecero quasi male agli occhi.
Le vennero incontro tre ometti e una vecchietta, tutti più bassi di lei. Gli uomini erano vestiti di azzurro, con cappelli a punta guarniti di campanellini che tintinnavano a ogni passo.
«Benvenuta, nobile Maga, nel paese dei Mastichini,» disse la vecchietta con un inchino. «Ti siamo grati per aver liberato il nostro popolo dalla Malvagia Strega dell’Est.»
Dorothy protestò: lei non era una maga, era solo una bambina. Ma la vecchietta indicò l’angolo della casa. Sotto la trave sporgevano due piedi calzati con un paio di scarpette d’argento. La casa, cadendo, era piombata dritta sulla Strega dell’Est che teneva schiavi i Mastichini da anni.
«Io sono la Strega Buona del Nord,» spiegò la vecchietta, «e queste scarpette d’argento adesso sono tue. Portale: si dice che abbiano un potere straordinario, anche se nessuno ricorda più quale.» Dorothy se le infilò e le andarono a pennello.
«Ma io voglio solo tornare in Kansas dagli zii,» disse la bambina, e le vennero le lacrime agli occhi. «Come faccio?»
«Nessuno di noi lo sa,» rispose la Strega. «Ma nella Città di Smeraldo vive Oz, il grande Mago. È molto più potente di tutti noi. Forse lui può aiutarti.» «E come ci arrivo?» «Devi camminare. Segui la strada lastricata di mattoni gialli, e non lasciarla mai.» Poi le diede un bacio sulla fronte e sparì. Dorothy prese un cestino con del pane, chiamò Toto e si incamminò.