Lo Spaventapasseri
La strada di mattoni gialli attraversava campi di grano e frutteti. Dorothy camminò per ore, e a un certo punto si fermò a riposare vicino a un recinto.
Nel campo c’era uno spaventapasseri appeso a un palo: vestito di azzurro sbiadito, con la testa fatta di un sacco pieno di paglia e la faccia disegnata sopra con la vernice. Dorothy lo guardò — e lo spaventapasseri le fece l’occhiolino.
«Buongiorno,» disse lo Spaventapasseri con voce un po’ roca. «Ti dispiacerebbe tirarmi giù da questo palo? È noiosissimo stare qui appesi.»
Dorothy lo staccò e lui atterrò a terra come un mucchio di stracci, poi si rialzò, si stiracchiò e fece un inchino. Camminarono insieme, e lui le raccontò il suo dispiacere.
«Sono fatto di paglia,» disse. «E nella mia testa non c’è niente. Non ho un cervello. Per questo non riesco nemmeno a spaventare i corvi come si deve: l’altro giorno uno si è posato sulla mia spalla e mi ha detto che ero il peggior spaventapasseri che avesse mai visto.»
«Vieni con me alla Città di Smeraldo,» propose Dorothy. «Chiederemo al Mago di Oz. Se può rimandare me in Kansas, forse può dare un cervello a te.»
Lo Spaventapasseri accettò con entusiasmo. E per tutto il resto della giornata, mentre camminavano, disse una quantità di cose così sensate che Dorothy pensò tra sé che, per essere uno senza cervello, se la cavava piuttosto bene.