Il castello addormentato

Il sonno non rimase nella torre. Si sparse per tutto il castello come una nebbia leggera.
Il re e la regina, che erano appena tornati e stavano entrando nella sala, chiusero gli occhi e si addormentarono insieme a tutta la corte. Si addormentarono i cavalli nella stalla e i cani nel cortile. Si addormentarono i piccioni sul tetto, con la testa sotto l’ala. Si addormentarono perfino le mosche sul muro.
Nel camino le fiamme restarono ferme, come dipinte, e il fuoco smise di scoppiettare. L’arrosto smise di sfrigolare. Il cuoco, che stava per tirare le orecchie al garzone di cucina, chiuse gli occhi con la mano ancora per aria. La serva, che stava spennando una gallina, si addormentò con la gallina fra le mani.
Fuori, il vento smise di soffiare. Sugli alberi del giardino non si mosse più una foglia. Nel castello regnava un silenzio così profondo che si sarebbe sentito cadere uno spillo, ma non c’era più nessuno ad ascoltarlo.
Nella torre, la vecchina si era addormentata davanti alla ruota del fuso, e Rosaspina sul pavimento accanto a lei, con una mano ancora aperta, come per chiedere il permesso di toccare.
E intorno al castello cominciò a crescere una siepe di rovi. Ogni anno era più alta e più fitta, finché non coprì il castello da cima a fondo, e non se ne vide più nemmeno la bandiera sul tetto più alto.