L’estate della cicala
Era stata un’estate d’oro. Il grano era alto, i papaveri erano rossi, e dall’alba al tramonto il campo era pieno di quel suono frizzante che fanno le cicale quando fa caldo davvero.
La cicala se ne stava sul suo ramo preferito, quello dell’olivo, all’ombra giusta. Cantava e basta, perché era la cosa che sapeva fare meglio di chiunque altro.
Sotto di lei, la formica andava e veniva. Un chicco di grano, giù nel formicaio. Poi su, e un altro chicco. Poi un pezzetto di foglia secca. Poi ancora un chicco.
«Ma non ti stanchi mai?» le chiese la cicala una mattina.
«Sempre,» rispose la formica. «Ogni giorno. Poi ricomincio.»
«Guarda che bella giornata. Guarda quel cielo. Sali qui, ti faccio sentire una canzone nuova.»
La formica si fermò un attimo, giusto il tempo di asciugarsi la fronte. «Le giornate belle finiscono,» disse. «È proprio perché è bella che devo lavorare adesso.»
La cicala non capì. Le sembrava una cosa tristissima: pensare al freddo mentre c’è il sole. Riprese a cantare, e cantò fino a sera.