La lepre e la tartaruga

La corsa

Capitolo 2 di 3

Il mattino dopo erano tutti lì, sotto la grande quercia. Il riccio fece da giudice, perché era il più vecchio e nessuno osava contraddirlo.

«Pronti?» disse. «Via!»

La lepre partì come una freccia. In tre balzi era già oltre il ruscello, in dieci non si vedeva più. La tartaruga, invece, mosse una zampa. Poi l’altra. Poi di nuovo la prima.

Gli animali la guardarono allontanarsi al ritmo di una nuvola in una giornata senza vento, e qualcuno cominciò a sentirsi un po’ in imbarazzo per lei.

Ma la tartaruga non guardava nessuno. Guardava solo il sentiero davanti a sé, e continuava.

Intanto la lepre era arrivata a metà strada. Si voltò: dietro di lei, fino all’orizzonte, non c’era nessuno.

«Ma è ridicolo,» pensò. «Arriverà a sera. Potrei fare un pisolino e vincerei lo stesso.»

C’era un albero di fichi proprio lì accanto, con l’erba alta e fresca sotto i rami. La lepre ne mangiò tre, si stiracchiò, appoggiò la testa sulle zampe.

«Solo cinque minuti,» si disse.

E il bosco intorno era così caldo, così tranquillo, che i cinque minuti diventarono dieci, poi venti, poi un’intera mattinata.

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