Il teatro di Mangiafoco
Con l’abbecedario sotto il braccio, Pinocchio s’incamminò verso la scuola. Ma lungo la strada sentì una musica di pifferi e tamburi: in fondo alla piazza c’era un grande baraccone colorato, il Gran Teatro dei Burattini.
«Quanto costa entrare?» chiese a un ragazzo. «Quattro soldi.» Pinocchio non aveva soldi, ma aveva un abbecedario nuovo. Lo vendette lì per lì a un rigattiere e corse dentro, dimenticandosi della scuola, di Geppetto e della sua casacca venduta.
Sul palcoscenico c’erano Arlecchino e Pulcinella. Appena videro Pinocchio tra il pubblico, smisero di recitare: «Pinocchio! Pinocchio!» E lo tirarono su sul palco, abbracciandolo come un fratello ritrovato. Fu una festa tale che lo spettacolo andò all’aria e il pubblico protestò.
Allora comparve il burattinaio Mangiafoco: enorme, con una barba nera che gli arrivava a terra, gli occhi come due lanterne rosse e un frustone in mano. Tutti tremarono.
«Perché hai portato lo scompiglio nel mio teatro?» tuonò. Pinocchio, tremando, chiese perdono. Mangiafoco stava per arrabbiarsi sul serio quando gli scappò uno starnuto: era il suo modo di commuoversi, e chi lo conosceva sapeva che significava che il cuore gli si stava ammorbidendo.
«E tuo padre?» chiese poi. «Vive?» «È povero,» rispose Pinocchio con gli occhi lucidi, «e per comprarmi l’abbecedario ha venduto l’unica giacca che aveva. E io l’ho venduto per venire qui.»
A quel racconto Mangiafoco starnutì cinque o sei volte di seguito, si asciugò gli occhi con la manica e brontolò: «Sei un monello, ma sei un bravo figliolo.» Poi frugò in tasca e gli mise in mano cinque monete d’oro. «Portale al tuo babbo, e salutamelo tanto.»
Pinocchio ringraziò, abbracciò i suoi amici burattini e uscì dal teatro con le cinque monete che gli scottavano in tasca, deciso a correre subito a casa da Geppetto.