Il Gatto e la Volpe
Non aveva fatto mezzo chilometro che incontrò due tipi strani: una Volpe zoppa che si appoggiava al bastone e un Gatto cieco che si faceva guidare. Zoppa e cieco, però, solo quando faceva comodo a loro.
«Buongiorno, Pinocchio,» disse la Volpe con voce di miele. «Come mai da queste parti, tutto solo?» Il burattino, orgoglioso, raccontò tutto e fece tintinnare le cinque monete d’oro.
Al suono dell’oro, alla Volpe si raddrizzò la gamba e al Gatto si spalancarono gli occhi — ma per un attimo soltanto, e Pinocchio non se ne accorse.
«Cinque monete?» disse la Volpe. «Vuoi che diventino duemila? C’è un posto, qui vicino, che si chiama il Campo dei Miracoli. Fai una piccola buca, ci metti le monete, ci butti sopra due secchi d’acqua, ci spargi un pizzico di sale e vai a dormire. Durante la notte cresce un albero carico di zecchini d’oro come i grappoli d’uva.»
Pinocchio esitò. Pensò a Geppetto che lo aspettava al freddo. Ma l’idea di tornare a casa con duemila monete invece di cinque gli fece brillare gli occhi. «Andiamo,» disse. E i due compari si scambiarono un’occhiata soddisfatta.
Camminarono fino a sera e si fermarono all’Osteria del Gambero Rosso. Il Gatto e la Volpe ordinarono cene abbondanti e poi, nel cuore della notte, sparirono lasciando il conto da pagare a lui.
Pinocchio si rimise in cammino da solo, al buio, nel bosco. A un certo punto sentì dei passi alle spalle: due figure incappucciate con dei sacchi neri in testa lo inseguivano gridando: «I quattrini o la vita!»
Il burattino si mise a correre come il vento, con il cuore in gola e le monete nascoste sotto la lingua. Corse tra i rami e i rovi finché, in fondo al bosco, vide brillare la finestra di una piccola casina bianca. Con le ultime forze bussò e chiamò aiuto.