Il Campo dei Miracoli
Pinocchio promise alla Fata di essere buono e di studiare. Ma qualche giorno dopo, mentre andava a cercare Geppetto, chi ti incontra per la strada? Il Gatto e la Volpe, sorridenti come se niente fosse.
«Che bella fortuna averti trovato!» esclamò la Volpe. «Sei ancora in tempo per il Campo dei Miracoli. Domani sarai ricco.» Pinocchio sapeva di non doversi fidare. Ma l’idea di tornare da Geppetto con un albero pieno di monete era troppo bella per rinunciarci.
Li seguì fino a un campo spelacchiato appena fuori città. «Ecco il Campo dei Miracoli,» disse la Volpe con solennità. Pinocchio scavò una buca, ci posò dentro le sue quattro monete rimaste, ci versò l’acqua di un secchio e ci sparse sopra un pizzico di sale.
«Ora vattene a fare una passeggiata,» gli dissero. «Torna fra venti minuti e troverai l’alberello già spuntato.» Pinocchio ringraziò mille volte e si allontanò, con il cuore che gli batteva per l’emozione.
Quando tornò, corse alla buca. Scavò, scavò, scavò… ma non c’era più niente. Nemmeno una moneta.
Da un ramo, un vecchio Pappagallo si mise a ridere di gusto. «Di che cosa ridi?» chiese il burattino, arrabbiato. «Rido di te,» rispose il Pappagallo, «che hai creduto che i denari si potessero seminare come i fagioli. I quattrini si guadagnano lavorando e usando la testa, non aspettando i miracoli. I tuoi due amici sono già lontani, e hanno le tue monete in tasca.»
Pinocchio si sedette per terra e pianse. Non tanto per l’oro perduto, quanto per la vergogna: era stato ingannato di nuovo, e per colpa della sua stessa fretta di diventare ricco senza fatica.
Tornò dalla Fata a testa bassa e le raccontò tutto, questa volta senza una bugia. Lei non lo sgridò. «Adesso hai imparato una cosa che vale più di duemila zecchini,» gli disse. E Pinocchio, per molte settimane, andò a scuola davvero: studiò, prese buoni voti e fu il ragazzo più diligente della classe.