La notte in cui la porta era fredda
Ci provò, ad aprirla.
Ci provò con il cacciavite della mamma, infilato nel buco della maniglia e girato in tutti i modi che le vennero in mente. Ci provò spingendo con la spalla, che si rivelò un’idea da non ripetere. Ci provò guardando dentro il buco: dall’altra parte c’era nero, e basta.
Passarono tre settimane così, con la porta calda in fondo al corridoio e Chiara che ci appoggiava la mano ogni volta che passava, come si controlla la fronte di qualcuno.
Poi arrivò il ventotto di agosto.
Chiara si svegliò nel cuore della notte senza sapere perché, e la prima cosa che pensò fu che la casa era troppo silenziosa.
Andò in corridoio scalza.
Arrivò in fondo.
Appoggiò la mano.
E la porta era fredda.
Fredda come un muro qualsiasi, fredda come tutto il resto, fredda come se dentro non ci fosse mai stato niente.
Chiara rimase lì al buio con la mano sul legno, e si accorse che adesso aveva paura davvero — molta più paura di quanta ne avesse avuta in tre settimane.
Perché una cosa strana che rimane uguale, alla fine, diventa quasi normale.
È quando cambia che fa paura.