Dentro il faro spento
La porta del faro era di legno gonfio e verniciato di salsedine. Leo provò a spingerla: non cedette. Poi si ricordò della chiave a forma di gabbiano. Sotto una placca arrugginita, all’altezza della vita, trovò una serratura d’ottone.
La chiave entrò come se fosse tornata a casa. Uno scatto secco, e la porta si aprì con un lamento.
Dentro, la luce entrava a lame sottili dalle fessure delle assi. Una scala a chiocciola saliva verso l’alto, ma la linea della mappa non puntava in su: puntava in basso, verso una botola nel pavimento, mezzo nascosta dalla polvere.
Tommaso la aprì. Sotto, gradini di pietra scendevano nel buio. Accesero la vecchia lampada del nonno, e la fiamma tremolante rivelò le pareti scavate nella roccia.
A un certo punto Sara si fermò di colpo. Sul muro, inciso nella pietra, c’era un simbolo: un gabbiano, uguale alla testa della chiave. E accanto, una frase: «Il mare dà e il mare riprende. Prendi solo ciò per cui sei venuto».
«È come una firma,» sussurrò Leo. «Il nonno voleva che qualcuno arrivasse fin qui.»
Un rumore lontano li fece sobbalzare: un tonfo profondo, ritmico. Per un attimo Tommaso strinse la lampada così forte che quasi la spense. Poi Sara sorrise, sollevata. «Non è un mostro,» disse. «È il mare. La marea sta cambiando. Dobbiamo sbrigarci.»