La civetta che contava le notti

Trovò la civetta su un ramo basso, in equilibrio su una zampa sola.
“Non vado in letargo,” annunciò Spillo.
La civetta lo guardò con quei suoi occhi tondi e non sembrò per niente sorpresa. Le civette non si sorprendono mai: stanno sveglie di notte, e di notte succede di tutto.
“E perché?”
“Perché mi perdo l’inverno.”
La civetta girò la testa quasi tutta intorno, come sanno fare solo loro, e guardò il cielo.
“Quante notti dura l’inverno, secondo te?”
Spillo ci pensò. Non lo sapeva.
“Centoventi,” disse la civetta. “Le conto ogni anno. E vuoi sapere una cosa? Sono uguali. Buio, freddo, silenzio. Buio, freddo, silenzio. Centoventi volte.”
“Tutte uguali?”
“Tutte. Io le guardo perché è il mio mestiere. Ma se potessi dormirle, le dormirei.”
Spillo rimase zitto un momento.
“E la neve?” chiese poi, perché la neve gli sembrava una cosa da non perdere.
La civetta ci pensò su.
“La neve,” ammise, “quella è bella. Ma la neve, caro mio, la neve resta.”