
Perché è l’abbreviazione di una frase giapponese, Sūji wa dokushin ni kagiru («i numeri devono restare scapoli»), scelta nel 1984 dalla rivista Nikoli. Il gioco però l’aveva inventato nel 1979 un architetto americano, Howard Garns, che lo chiamava Number Place.
Il nome sembra dire tutto: giapponese, quindi nato in Giappone. E invece la storia del sudoku passa per un architetto americano, un matematico svizzero, due giornali francesi dell’Ottocento e un giudice neozelandese in pensione.
Cosa significa la parola sudoku?
In giapponese «sudoku» (数独) si scrive con due caratteri: sū, «numero», e doku, «solo, singolo». Tradotto alla lettera, quindi, «numero solo».
Ma è un nome accorciato. Quando la rivista Nikoli presentò il gioco ai suoi lettori, nell’aprile 1984, lo chiamò con una frase intera: Sūji wa dokushin ni kagiru. Sūji sono le cifre, e dokushin è la persona non sposata, il single. Il senso è più o meno «i numeri devono essere scapoli»: ognuno deve restare da solo nella sua riga, nella sua colonna e nel suo riquadro, senza «accoppiarsi» con un gemello.
Un nome spiritoso, ma troppo lungo per una rivista. Con il tempo è stato ridotto al primo carattere delle due parole chiave, sū(ji) e doku(shin): sudoku.
Chi ha inventato il sudoku?
L’inventore è con ogni probabilità Howard Garns, un architetto dell’Indiana nato nel 1905. In pensione, si divertiva a creare giochi per le riviste di enigmistica. Nel maggio 1979 la rivista americana Dell Pencil Puzzles and Word Games pubblicò un gioco nuovo: una griglia 9×9 divisa in nove riquadri 3×3, con qualche cifra già scritta, da completare in modo che ogni numero da 1 a 9 comparisse una sola volta in ogni riga, colonna e riquadro. Si chiamava Number Place, «il posto dei numeri». Sono le regole del sudoku di oggi.
Perché «con ogni probabilità»? Perché la rivista non firmava i singoli giochi. A risolvere il caso è stato Will Shortz, il curatore dei cruciverba del New York Times: il nome di Garns compariva nell’elenco dei collaboratori di tutti i numeri che contenevano Number Place, e di nessun altro. Una prova indiretta, ma molto convincente.
Garns morì nel 1989. Fece in tempo a vedere il suo gioco diventare popolare in Giappone, non a vederlo conquistare il mondo quindici anni dopo.
Allora perché tutti pensano che il sudoku sia giapponese?
Perché il nome è giapponese, e perché il primo grande successo è arrivato lì. Nel 1984 Maki Kaji, fondatore di Nikoli, la prima rivista di enigmistica del Giappone, propose ai suoi lettori il gioco nato in America, con il nome lungo che abbiamo visto. Piacque moltissimo, e ancora oggi Kaji è ricordato come il «padre del sudoku», anche se non l’ha inventato.
E qui arriva il paradosso. In Giappone «Sudoku» è un marchio registrato di Nikoli, e così le altre case editrici pubblicano lo stesso gioco con il nome inglese: Number Place, o in breve nanpure. Il risultato è che in Giappone si gioca spesso con il nome americano, e nel resto del mondo con quello giapponese. Fuori dal Giappone, invece, «sudoku» non è mai diventato un marchio: quando Nikoli ci ha provato nel Regno Unito, la parola era ormai di uso comune.
Da dove viene l’idea? Eulero e il «quadrato diabolico»
Garns non partiva da zero. Una griglia in cui ogni simbolo compare una sola volta per riga e per colonna si chiama quadrato latino, e la studiò il grande matematico svizzero Leonhard Euler, il nostro Eulero, in un lavoro del 1782. Era matematica, non un passatempo, e mancavano i riquadri 3×3.
Più di un secolo dopo, i giornali francesi ci andarono vicinissimo. Il 19 novembre 1892 Le Siècle pubblicò una griglia 9×9 con i riquadri 3×3, ma con numeri a due cifre da sommare: più un quadrato magico che un sudoku. Il 6 luglio 1895 La France propose una versione con le sole cifre da 1 a 9, ognuna una volta per riga e per colonna. Il suo nome? Carré magique diabolique, «quadrato magico diabolico». Insomma, il sudoku era «diabolico» ben prima del livello più difficile del nostro sudoku online.
Come è diventato famoso in tutto il mondo?
Il merito è di un neozelandese, Wayne Gould, giudice in pensione che viveva a Hong Kong. Nel 1997, in una libreria di Tokyo, vide un sudoku a metà e se ne innamorò. Passò sei anni a scrivere un programma per computer capace di creare schemi con una sola soluzione, e poi cominciò a proporli ai giornali.
Il primo a pubblicarli, nel settembre 2004, fu un piccolo quotidiano del New Hampshire, il Conway Daily Sun. Il 12 novembre 2004 arrivò la grande occasione: il Times di Londra, che lo presentò come «Su Doku». Fu un successo immediato. Nel gennaio 2005 lo pubblicava anche il Daily Telegraph, e nel giro di pochi mesi i giornali di mezzo mondo.
Quando è arrivato il sudoku in Italia?
Quasi subito. Il primo sudoku italiano uscì a dicembre 2004 sulla rivista Focus Giochi, poche settimane dopo il debutto sul Times. Nel 2005 era ormai dappertutto: su quotidiani, riviste e nelle prime raccolte dedicate.
E l’Italia ha un primato: il primo Campionato mondiale di sudoku si è giocato a Lucca, nel 2006. Lo vinse la ceca Jana Tylová, davanti a due statunitensi.
FAQ
Chi ha inventato il sudoku? Con ogni probabilità l’architetto americano Howard Garns, che lo pubblicò nel 1979 con il nome Number Place.
Cosa vuol dire sudoku? Alla lettera «numero solo». È l’abbreviazione della frase giapponese Sūji wa dokushin ni kagiru, «i numeri devono restare scapoli».
Il sudoku è giapponese? Il nome sì, il gioco no: è nato negli Stati Uniti ed è diventato famoso in Giappone dal 1984.
Perché in Giappone il sudoku si chiama Number Place? Perché «Sudoku» in Giappone è un marchio registrato della rivista Nikoli, e le altre case editrici usano il nome originale americano.
Quando è arrivato il sudoku in Italia? A fine 2004, sulla rivista Focus Giochi. Il boom è stato nel 2005.
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