Il cortile delle anatre

«Qua, qua! Venite con me,» disse la mamma. «Vi porto nel mondo e vi presento al cortile delle anatre. Ma state sempre vicini a me, che nessuno vi pesti, e attenti al gatto.»
Nel cortile c’era una gran confusione. Due famiglie di anatre litigavano per una testa di pesce, e alla fine se la prese il gatto.
«Vedete? Così va il mondo,» disse la mamma. «Adesso fate un bell’inchino alla vecchia anatra laggiù, quella con il nastrino rosso alla zampa. È la più importante di tutte, e il nastrino vuol dire che nessuno la deve perdere di vista. Su, un inchino, e le zampe in fuori!»
Gli anatroccoli fecero l’inchino. Ma le altre anatre del cortile li guardarono e dissero ad alta voce:
«Guarda un po’, ne arrivano altri, come se non fossimo già abbastanza! E quello là, che aspetto ha! Quello non lo vogliamo.»
E subito un’anatra volò verso di lui e gli diede una beccata sul collo.
«Lasciatelo stare,» disse la mamma. «Non fa niente di male a nessuno.»
«Sì, ma è troppo grande e troppo strano,» disse l’anatra che l’aveva beccato. «Bisogna dargli una lezione.»
«Che bei piccoli hai, figliola,» disse la vecchia anatra con il nastrino. «Tutti belli, tranne quello. Peccato non poterlo rifare.»
«Non si può, signora,» rispose la mamma. «Non è bello, è vero. Ma ha un buon carattere, e nuota bene come gli altri, anzi un po’ meglio. Crescendo si sistemerà.»
Ma per il povero anatroccolo uscito per ultimo dall’uovo, quello che tutti trovavano brutto, cominciarono i giorni più difficili. Le anatre lo beccavano, le galline lo spingevano, e il tacchino, che era nato con gli speroni e si credeva un re, si gonfiava tutto come una nave a vele spiegate, gli andava incontro gorgogliando e diventava rosso fino in cima alla testa. L’anatroccolo non sapeva più dove stare.
E ogni giorno andava peggio. Perfino i suoi fratelli e le sue sorelle gli dicevano: «Ti prendesse il gatto, brutto come sei!» La ragazza che portava da mangiare agli animali lo scacciava con la scopa. E anche la mamma, stanca di tutto quel chiasso, una sera sospirò: «Se solo tu fossi lontano da qui…»
Allora l’anatroccolo corse via. Volò oltre la siepe, e gli uccellini nei cespugli si alzarono spaventati.
«È perché sono brutto,» pensò, e chiuse gli occhi. Ma continuò a correre, finché arrivò a una grande palude dove vivevano le anatre selvatiche. Lì rimase tutta la notte, stanco e triste.